La capacità effettiva tecnico-bilanciata complessiva, intesa come quella supportata da impianti di lavorazione secondaria, adeguati alla produzione di prodotti a specifica, che dalla fine degli anni ’90 è rimasta invariata a 100,2 milioni di tonnellate, a fine 2009 si è attestata sui 106,6 milioni. Le lavorazioni complessive delle raffinerie sono ammontate a 86,4 milioni di tonnellate (-87% rispetto al 2008), consentendo un utilizzo degli impianti all’81%.
I consumi dei prodotti petroliferi sono ormai in contrazione da diversi anni (2004-2009: -16%, pari a circa 15 milioni di tonnellate), come pure le esportazioni (-11%), che negli anni precedenti avevano rappresentato una possibilità di bilanciamento. Nel caso delle esportazioni, la causa è da ricercare nella penetrazione dei biocarburanti e nello sviluppo di sistemi di trasporto innovativi (elettici, ibridi, ecc.) soprattutto negli Stati Uniti, dove si sta puntando sul rinnovo del parco auto con una più alta percentuale di diesel e motori a benzina estremamente efficienti, oltre che nella forte penetrazione dell’etanolo.
È, inoltre, destinata a crescere la concorrenza sul piano industriale, essendo in fase avanzata di costruzione nuova capacità di raffinazione al di fuori dell’Europa, in particolare nel Far East (Cina e India), dove gli operatori possono contare su un sistema di agevolazioni e sussidi (in Cina, lo Stato garantisce un margine pari al 5% del costo del greggio fino a 80 dollari/barile). In tempi di margini ridotti, tali agevolazioni e sussidi sono gli unici incentivi a lavorare al massimo, creando surplus di prodotto che deprime ulteriormente i margini di chi non ha incentivi.
Da ciò consegue uno stato di forte negatività del settore raffinazione che non riguarda solo l’Italia, ma tutta l’Europa e l’America, e che sta assumendo un carattere strutturale e non più solo contingente.
Nel nostro Paese è prevedibile che, nel medio-lungo periodo, alcune raffinerie dovranno chiudere, con conseguenze sul piano sociale per nulla tranquillizzanti. Senza contare che tali difficoltà dovranno essere gestite nell’ambito di un quadro normativo sui cambiamenti climatici unilaterale a livello europeo, che penalizzerà sensibilmente la competitività degli operatori nazionali e comunitari, soprattutto rispetto ai concorrenti extra-Ue.
Lo scenario che ne deriva per l’industria petrolifera operante in Italia, sulla base di uno studio del RIE di Bologna, può essere sintetizzato come segue:
- possibile taglio delle lavorazioni di greggio nelle raffinerie di circa 20 milioni di tonnellate, con una riduzione della produzione di carburanti e combustibili pari a circa 12 milioni di tonnellate (per un totale di 68 Mtonn rispetto alle 80,5 del 2009) ed effetti negativi oltre che sul personale delle raffinerie anche su quello dell’indotto, che vale da 2 a 4 volte quello diretto;
- notevole perdita di competitività e sensibile riduzione dei margini di raffinazione già in atto in Italia e in Europa;
- netto peggioramento dello squilibrio esistente nella domanda del mercato tra distillati medi e benzina, a seguito dell’attuazione delle nuove norme internazionali sui combustibili per uso marina;
- pericolosa esposizione del mercato nazionale alle importazioni di prodotti finiti extra-Ue, avvantaggiati da un sistema di sussidi ai margini da parte dei Paesi di origine.
- Rispondere a questa sfida richiede ingenti investimenti, che dovrebbero essere realizzati in una condizione di forte negatività dei margini di raffinazione in tutta Europa. Si ricorda che, nel periodo 1977-2008, nel downstream sono stati investiti circa 17 miliardi di euro, il 50% dei quali per adeguamenti a carattere ambientale, e che oltre 6,1 miliardi di euro sono previsti per il 2009-2010.
In sostanza, il settore sarà chiamato a fronteggiare situazioni particolarmente critiche, con possibili conseguenze molto negative sia sul piano industriale che su quello della sicurezza degli approvvigionamenti energetici del Paese.
L’industria della raffinazione è e rimane un settore strategico per il Paese. Come tale dovrebbe essere considerato soprattutto da chi è chiamato a governare la nostra politica energetica e non dovrebbe essere oggetto di ricorrenti interventi di penalizzazione. Essenziale è avere un quadro di riferimento normativo certo e affidabile e non in continuo cambiamento e ingiustificato inasprimento.